..::PARLIAMO UN PO' DI bEAUTY AND THE BEAST::...
di Elena Liberati


La Bestia (Vincent) è un bel personaggio.
Il suo esteriore è mostruoso ma nobile, aiutato in questo dalla scelta del soggettista, che ha eliminato le altre connotazioni “bestiali” dell’orrendo originale serbando solo quelle proprie del leone. Vincent ha un portamento maestoso, quasi regale a dispetto del paludamento di stracci. E’ una Bestia dimezzata per scelta consapevole: il mostro della fiaba era molto più repulsivo grazie alla forte componente di cinghiale, simbolo di sfrenata sessualità.
Molti sono i miti che trattano la tematica delle “diversità” come ostacolo che deve essere superato per pervenire all’amore vero. Talvolta (specie per personaggi femminili) è “frigidità” simboleggiata da un sonno profondissimo al di là di qualche impenetrabile barriera: Vedi per esempio La Bella Addormentata nella sua torre di rovi, Brunhilde e il suo cerchio di fiamme, ecc… Talvolta (e siamo in una tipologia applicata più di frequente agli uomini) è un esteriore repellente che costituisce esasperazione di una più sfumata non rispondenza agli ideali estetici femminili. Così il Principe rospo, o il Principe Granchio, o più ancora il povero Asinello sbeffeggiato da tutti (e come non fare un collegamento con la novella di Apuleio?). Di questo micidiale bestiario di nobili cuori prigionieri entro scorze assai poco seducenti la Bestia (quella della fiaba) è forse l’esemplare più inquietante. E’ una creatura disperatamente bisognosa di amore: l’amore è per lui una necessità vitale nel senso più proprio del termine (Senza amore, la Bestia muore, infatti. NdR). Ma è anche personificazione di un amore selvaggio e brutale, è l’erede medievale del classico satiro, di cui serba gli zoccoletti e la villosità invero preoccupante. Un satiro che partecipa dell’orco e del diavolo, poi: il diavolo non ha bisogno di presentazioni come perverso amante, mentre per la figura dell’orco basterà ricordare che il nome deriva da HONGRE, “ungherese”, per capire quanto il suo suono evochi l’eco sinistra di atroci invasioni barbariche. Nel decimo e undicesimo secolo gli ungheresi terrorizzarono l’Europa con le loro scorrerie: erano predoni feroci e raffinati seviziatori, che si facevano fieri di seni tagliati, gambe e ventri scuoiati, impalcature e via orripilando. Questa è l’eredità che si cumula nella figura della Bestia. Dunque, mi sembra proprio dei moderni cogliere solo ora l’uno ora l’altro degli aspetti di tanto terrificante complesso: per Jean Cocteau era un’aura di tragedie, una condanna oscura come un male immedicabile.
La Bestia di Walt Disney partecipa solo del “fuori dal comune”, è un essere che riesce difficile amare solo perché zoomorfo in quanto per il resto risulta tenero come un pupazzone di peluche. Mi pare però che (estremo ricordo dell’antico satiro?) esibisca un paio di labbroni sensuali ancorché zannuti.
Il telefilm di Italia 1 offre una visione molto, moooolto “americana”. Attentamente spogliata dai connotati sessual-repulsivi, nobilitata dalla simbologia del leone, la Bestia non esita ad apparire in taluni contesti come il Deus Ex Machina all’americana che interviene nel luogo giusto nell’istante giusto (vedi ad esempio l’episodio della sordomuta Laura, oppure quello dei riti vodoo). Non mancano spunti deliziosamente seducenti: le fogne di New York popolate da una ricca fauna “aliena” rispetto all’ignaro mondo di superficie costituiscono ormai un elemento fisso della favolistica moderna (chi ha detto che la fiaba è morta nel secolo scorso?), tuttavia la griglia fognaria che si spalanca su un universo medievale eccita molto la fantasia. Era già il tema forte di quello che reputo il miglior lavoro di Don Bluth: “Brisby e il Segreto di NIMH” (The Secret of N.I.M.H, film d’animazione del 1982, NdR), dove un banale cespuglio di rovi nel mezzo di una bucolica fattoria si rivelava la porta d’accesso ad un reame fantastico.
E che dire di quel labirinto fiabesco di cui vincent è signore e, insieme, prigioniero? La sua condanna è più dura, più irrimediabile di quella che grava sulla Bestia originale, in quanto non suscettibile di catarsi.
Il dolceamaro incanto di un mondo esterno visto con gli occhi di vincent! Occhi che non lo contemplano mai realmente e, perciò, ne serbano una immagine a colori più puri e più vividi. Stringeva il cuore la scena in cui Vincent, forse mosso da intenti ingenuamente consolatori o forse davvero candidamente ignaro del suono amaro che le sue affermazioni potevano avere per Padre, proclamava di aver viaggiato con lui, e di aver conosciuto (CONOSCIUTO!!) il rosso dei tramonti e il rosa delle albe e il verde dell’erba, tramite la potenza evocativa dei suoi racconti.
Il labirinto delle Gallerie è reso a colori sontuosi: ricchi ocra e rossi violacei e violetti spettrali. Ciononostante, Vincent si sofferma incantato sul caleidoscopio di Mouse; afferma che per lui l’incanto consiste proprio nel fatto che lì sono contenuti “tutti i colori del mondo”…
Momenti così sono assai più sottili, evocativi, in una parola più intelligenti di tanta retorica guastafeste di cui ci si è sentiti in dovere di infarcire il telefilm.


 

Originariamente pubblicato sul N° 6 di “ToL”, Settembre 1995.